L’arte nel tempo che non ascolta

di Salvatore Sconzo

C’è un tempo, in ogni civiltà, in cui l’arte viene ascoltata come si ascolta il respiro: senza stupore, ma con necessità. E poi ce n’è un altro, più fragile e distratto, in cui la si osserva come un lusso, un vezzo, una deviazione dalla concretezza del vivere. Noi, oggi, sembriamo abitare questo secondo tempo.

Eppure l’arte — dalla letteratura alla musica, fino alla pittura — non è mai stata un ornamento. È stata sempre, ostinatamente, una forma di sopravvivenza.

Lo aveva intuito Fëdor Dostoevskij quando scriveva che “la bellezza salverà il mondo”. Non una bellezza decorativa, ma quella che scava, che mette a nudo, che inquieta e consola insieme. Una bellezza che non si limita a esistere, ma che pretende di essere riconosciuta.

Il riconoscimento mancato

C’è una scena, potente nella sua semplicità, nel film Profondo rosso di Dario Argento: un ispettore di polizia chiede a un uomo che lavoro faccia. “Sono pianista”, risponde lui. E l’ispettore, con una leggerezza che pesa come un macigno, ribatte: “Quindi un lavoro vero e proprio lei non ce l’ha.”

In quella battuta c’è una condanna silenziosa. C’è il sospetto, mai davvero dissolto, che l’arte non sia un mestiere, ma una fuga. Un passatempo. Una deviazione da ciò che “serve”.

E invece l’arte serve eccome. Serve a capire chi siamo, a nominare ciò che ci abita, a restituire forma al caos.

Eppure, in Italia — patria di Dante Alighieri, Caravaggio, Giuseppe Verdi — il riconoscimento arriva spesso tardi. Troppo tardi. Quando la voce si è già spenta, quando la mano ha smesso di scrivere, quando il corpo dell’artista non può più difendere la dignità del proprio lavoro.

Si celebra il mito, si dimentica la fatica.

Quando l’arte era mestiere

Eppure non è sempre stato così.

Nel mondo romano, l’arte era strumento di memoria e potere. I poeti come Virgilio venivano sostenuti, protetti, riconosciuti. Non erano figure marginali, ma architetti dell’immaginario collettivo. L’arte serviva a costruire identità, a tramandare valori, a dare forma all’eternità.

Nel Medioevo, tra botteghe e cattedrali, l’arte era mestiere nel senso più pieno del termine. I pittori, gli scultori, i miniatori lavoravano dentro un sistema produttivo, riconosciuto e necessario. Le mani che dipingevano affreschi o intagliavano pietra non erano considerate eccentriche, ma essenziali. L’arte era lavoro, e il lavoro era dignità.

Oggi, invece, l’artista è spesso sospeso in una terra di mezzo: troppo “intellettuale” per essere considerato produttivo, troppo “fragile” per essere riconosciuto come lavoratore.

La “strage” silenziosa

C’è una parola che pesa come una sentenza: chiusura.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lenta, inesorabile emorragia nel mondo editoriale. Case editrici indipendenti che chiudono, librerie che abbassano le serrande, progetti culturali che si spengono nel silenzio generale. Realtà come Carbonio Editore o lo storico marchio Hoepli (che pur resistendo incarna un sistema sotto pressione) diventano simboli di un ecosistema fragile, spesso lasciato solo.

È una “strage” senza clamore, senza titoli in prima pagina. Ma è una perdita enorme.

Perché ogni casa editrice che chiude non è solo un’impresa che fallisce: è una voce che si spegne, un ponte che crolla tra chi scrive e chi legge, tra chi crea e chi ha bisogno di essere attraversato da quella creazione.

E dietro ogni libro c’è lavoro. C’è chi scrive, chi corregge, chi impagina, chi traduce, chi distribuisce. L’arte genera lavoro. Eppure si continua a trattarla come se fosse un lusso accessorio.

Il paradosso moderno

Viviamo nell’epoca della massima produzione culturale e della minima riconoscenza.

Consumiamo storie, musica, immagini con una voracità mai vista. Ma raramente ci fermiamo a riconoscere il valore di chi le ha create. L’artista diventa invisibile proprio mentre la sua opera diventa onnipresente.

Si pretende l’arte gratuita, immediata, continua. Ma non si accetta che dietro ci sia un mestiere, con diritti, dignità, bisogno di sostegno.

E così nascono figure ibride: scrittori che pagano per essere pubblicati, musicisti che lavorano gratuitamente “per visibilità”, artisti che investono denaro proprio per continuare a creare.

È un sistema che si regge sulla passione, ma che rischia di consumarla.

L’arte come necessità umana

Eppure, senza arte, cosa resterebbe?

Un mondo funzionale, forse. Ma muto.

L’arte non è evasione: è immersione. È ciò che ci permette di attraversare il dolore, di dare nome alla gioia, di immaginare alternative. È ciò che ci forma, che ci educa, che ci rende umani.

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”, scriveva Pablo Picasso. E quella polvere, oggi, rischia di diventare una coltre.

Perché il mondo non ha bisogno di più piombo, ma di più parole. Non di più rumore, ma di più musica. Non di più muri, ma di più immagini capaci di aprire varchi.

Riconoscere, oggi

Riconoscere l’arte significa riconoscere chi la crea.

Significa accettare che scrivere, dipingere, comporre non sono atti accessori, ma professioni. Che dietro ogni opera c’è tempo, studio, sacrificio. Che la cultura non è un settore marginale, ma un’infrastruttura invisibile che regge la società.

Significa, soprattutto, imparare a dire “questo è lavoro”.

E dirlo in vita, non post mortem.

Una chiusa necessaria

Forse il vero problema non è che non sappiamo riconoscere l’arte. È che abbiamo dimenticato come ascoltarla.

Ma l’arte, ostinata, continua a esistere. Nei libri scritti di notte, nelle canzoni registrate in stanze improvvisate, nei quadri dipinti senza sapere se qualcuno li guarderà mai.

Continua a nascere, nonostante tutto.

E allora la speranza è questa: che un giorno si torni a guardare l’artista non come un sognatore fuori posto, ma come un lavoratore dell’anima. Che si restituisca dignità a chi costruisce mondi, a chi dà voce al silenzio, a chi ci insegna — ancora — a sentire.

Perché finché ci sarà qualcuno disposto a creare, ci sarà sempre una possibilità di salvezza.

E forse, in quel momento, capiremo davvero che non era un lusso.

Era ossigeno.

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